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Agosto 2004

Casella di testo: 						Il brigantaggio
È un errore pensare al brigantaggio come un fenomeno caratteristico dell'Italia meridionale o del periodo post unitario. È sempre esistito, dai tempi medioevali quando furono create speciali milizie ed addirittura un ordine cavalleresco religioso, i templari, per la custodia delle strade, ed è esistito ovunque, si pensi che brigante è parola di origine francese; trova la sua origine nella difficoltà di controllare il territorio, specie quello montuoso interno, ed ha sempre avuto grande impatto sociale nei periodi di guerra e di lotte civili. 
Luigi Thiers nella sua opera Dal Consolato all'Impero ci dice come durante il consolato di Napoleone il paese fosse preda di orde di briganti che devastavano non solo i beni dei privati, ma anche tutti i luoghi in cui fossero custoditi denari del pubblico erario. In Inghilterra, dopo la rivoluzione del 1688, i più famosi capi dei briganti, Duval e Nevison, assalivano palazzi nella stessa Londra. In questi periodi, quando la miseria è più diffusa e minore è la presenza dello stato per il controllo del territorio, qualunque fenomeno delinquenziale tende a crescere.
Le aree appenniniche ne sono state sempre vittima per la morfologia delle montagne e per i boschi che le ricoprono; taciamo poi degli stati pontifici ove il brigantaggio era endemico. Questa la situazione in genere, dopo l'Unità d'Italia il brigantaggio assume connotazioni particolari su cui, a distanza di un secolo e mezzo, si è aperto un dibattito interessante e vivace, per le diverse culture che lo sottendono.
Da una parte chi vorrebbe ridimensionarlo, come un qualsiasi fenomeno di brutalità e delinquenza di cui meno si parla e meglio è, dall'altra chi lo studia per giustificare l'opera di repressione fatta dallo stato unitario, ancora chi lo esalta come manifestazione dei fedeli della dinastia Borbone, o lo considera effetto dello sbandamento dell'esercito borbonico, in ultimo chi lo studia, e tende a giustificarlo, come espressione di disagio sociale e rivolta di classe.
Come tutti i fenomeni storici e sociali il brigantaggio è troppo complesso per essere ricondotto ad una sola di queste matrici e trae origine certamente da tutte. Non è sempre possibile capire quali possano essere gli elementi prevalenti, perché il brigantaggio non fu omogeneo nelle sue componenti e nelle sue manifestazioni e soprattutto nelle varie realtà locali in cui operò.
Certo la componente delinquenziale, proprio perché precedente la spedizione dei Mille e la costituzione dello stato unitario e soprattutto per le tante dimostrazioni cui ha dato luogo e di cui l'opera di Antonio Infante illustra alcuni momenti in un'area specifica, non può essere esclusa né sminuita. Certo le fila del brigantaggio preunitario furono notevolmente ingrossate dai soldati sbandati dell'esercito borbonico. Certo è accertato che le grandi bande, specie Crocco, nei periodi in cui non vi erano attività agricole da compiere, assoldavano i braccianti per le grandi spedizioni volte all'occupazione di paesi e città. Certo il brodo di cultura del brigantaggio è il disagio sociale e la miseria, se i soldati sbandati avessero avuto una casa ove andare ed un lavoro cui dedicarsi non si sarebbero dati alla macchia. Certo se polizia e giustizia avessero funzionato nel regno di Napoli il brigantaggio preunitario non vi sarebbe stato o non sarebbe assunto a quelle dimensioni. 
Sono tutte concause, documentabili, che diedero origine al brigantaggio post unitario, fenomeno sociale articolato e complesso, sul quale la dinastia Borbone cercò di poggiarsi per avallare le sue mire di riconquista del regno. Riconquista che, al di là delle valutazioni contingenti e delle motivazioni ideali, era antistorica in un'Europa che vedeva in atto un processo di aggregazione negli stati nazionali non solo in Italia, ma soprattutto in Germania. La costituzione degli stati nazionali rispondeva a logiche di equilibri europei che non avevano solo motivazioni politiche ed ideali, ma anche economiche, considerato che la dimensione degli stati ed il loro peso politico condizionava la penetrazione nei mercati esteri e la protezione del mercato interno, cose che già allora erano determinanti per lo sviluppo economico. Non a caso l'exploit industriale della Germania si avrà solo dopo la sua unità.
Nel memorandum del 7 settembre 1861, inviato dal ministro degli esteri del governo napoletano in esilio, si dice: "la levata di scudi del popolo delle Due Sicilie contro gli oppressori piemontesi, che i rivoluzionari amano chiamare con il nome di brigantaggio, è talmente estesa ed unanime che non c'è più una città o un borgo del regno che non si sia collegato per sostenere il principio di autonomia e favorire la restaurazione dell'antica dinastia, di cui ricordano il governo paterno …". Questa la tesi dei Borbone ed oggi dei filo o neo borbonici.
Non è documentabile una qualunque consapevolezza politica nei briganti di mirare ad un rivolgimento politico o una qualunque strategia militare che avesse come fine la "liberazione del ex regno di Napoli", né rapporti politici internazionali che potessero dare una parvenza di inserimento di questo progetto in un contesto più ampio. Né risultano collegamenti continui e generalizzati sul territorio con la corte borbonica in esilio, né tantomeno un indirizzo di questa sulle attività dei briganti.
Né i briganti riscuotevano consenso dalle popolazioni sul cui territorio operavano, né le loro attività erano finalizzate ad acquisirlo.
Questo volume, in una piccola realtà che viene analizzata con dovizia di particolari, testimonia lo scollamento tra briganti e popolazione, di come le attività di essi fossero subite dal popolo che aveva come riferimento sempre quelli che erano stati gli antesignani dell'unità d'Italia. La tragica fine di P. Feola ne è la testimonianza.
Emerge un aspetto ben più preoccupante e ben più intrigante per lo storico: quali furono i veri motivi dell'assassinio del frate liberale? Fu ucciso per le sue idee, per non aver pagato il riscatto o piuttosto per gli interessi del parente che, tra le righe della narrazione, appare quasi il mandante dell'omicidio? Quante vendette private sono state falsamente motivate da rivolgimenti politici e quante volte nelle piccole comunità la posizione politica di alcuni nasce solo dalla volontà di contrapporsi a coloro di cui si è nemici!
No, nel brigantaggio ci sarà stato pure l'Alfiere di Carlo Alianello, ma esso rimane comunque la sommatoria di tanti miseri, che miseramente vissero le loro miserie.
Il brigantaggio deve essere studiato come fenomeno sociale nelle sue motivazioni socio politiche, ma con la stessa cura si deve studiare la storia della Guardia Nazionale. Decine e decine di uomini per ogni paese, decine di migliaia nell'intera Italia meridionale rischiavano la vita senza speranza di ricchi bottini, senza riscuotere taglie, senza prendere stipendio e senza profittare della situazione per interessi personali, per rubare e per uccidere. 
Il loro unico intendimento era proteggere il proprio paese, le proprie case, le proprie famiglie. Certo un drappello di soldati avventizi che si trascina tra le montagne è meno fascinoso di un covo di briganti ove si parla di avventure e di rapimenti; è anche comprensibile che nelle sagre qualcuno si travesta da brigante, piuttosto che da contadino, è più folcloristico. Ma il giudizio storico e morale, non deve tenere conto delle fantasie e delle suggestioni, ma della realtà, specie quando è dura e sofferta.
Questo volume induce al giudizio. Tra il capobanda Tardio, braccato di paese in paese tra furti, rapine ed omicidi, ed il P. Feola, che muore gridando il proprio ideale politico, a coronamento di una vita dedicata all'amore, all'insegnamento, all'offerta di sé agli altri, penso che il giudizio sia scontato, quanto meno lo spero.
Ma è possibile pensare che con uomini di questo genere i Borboni potessero sperare di riconquistare il trono? Non si deve dimenticare che nel 1799 l'impresa del cardinale Ruffo si concluse con gli atti di cannibalismo di piazza Mercato e con il tradimento di castel Sant’Elmo, quando Ferdinando IV fece condannare a morte coloro che si erano arresi con il patto, firmato dal Cardinale Ruffo che agiva quale alter ego del Re, di avere salva la vita.
Questo volume è utile per ristabilire la verità, non solo per capire gli eventi di quel periodo, ma anche per recepire e sentire lo spirito in cui quegli avvenimenti si svolsero, le ansie, le passioni dei meridionali che anelavano ad una società più giusta, ad  un governo costituzionale che tutelasse la libertà e gli interessi di tutti ed in cui tutti si potessero riconoscere. 
Certo, perché troppo spesso si dimentica che i patrioti meridionali si rivolsero alla dinastia Savoia solo dopo che, per ben due volte, i Borboni giurarono la Costituzione, nel 1820 e nel 1848, per rinnegarla subito dopo. La libertà, il partecipare alla vita del paese in cui si vive sono cose che attengono alla dignità dell'uomo ed i nostri antenati non operarono una scelta tra due dinastie, ma tra due modi di essere: o cittadini di uno stato indipendente e costituzionale o sudditi di una monarchia assoluta e spergiura. 
Il popolo cilentano, per primo, scelse la libertà, la dignità e casa Savoia.


									Pier Francesco del Mercato

Prof. Antonio Infante

22 Agosto 2004

Piazza P. G. Feola

Campora (SA)

22 Agosto 2004

Piazza P. G. Feola

Campora (SA)

Casella di testo: 22 Agosto 2004
Presentazione
Piazza Padre Giuseppe Feola
Campora (SA)
Casella di testo: Il Giglio d’Oro
Collana di ricerche e fonti a cura di Pier Francesco del Mercato
Casella di testo: Antonio Infante
Padre Giuseppe Feola da Campora